Rana Salam è una graphic designer libanese che col suo lavoro da anni racconta il Medio oriente da una diversa prospettiva. Ospite della IV edizione del Middle East Now a Firenze ha introdotto durante una lecture presso il Centro di Arte Contemporanea La Strozzina la genesi di alcune dei suoi lavori e le nuove frontiere che si trova ad esplorare nella sua contaminazione tra cultura pop e medio oriente.
"Firenze è una straordinaria piattaforma attraverso la quale presentare il mio lavoro. Quello che mi piacerebbe fare sarebbe condividere l'ingrediente segreto delle mie creazioni, condurvi nel backstage e svelarvene la magia. Quando ho lasciato Beirut nel 1986 non esisteva nessun modo per comunicare la cultura visiva del mio paese. Ho svolto i miei studi a Londra con la missione di mostrare al mondo queste suggestioni. Dal 1992 ho iniziato una ricerca tesa ad esplorare tutti gli elementi visivi della mia cultura d'origine, quelli provenienti dalla strada, estraendoli e rielaborandoli, facendone la mia arte.
Spesso la percezione del Medioriente è vincolata a dai preconcetti; cambiare questo punto di vista è diventato la mia missione."
Comptoir, Ristorante Libanese (Londra)
"Il proprietario chiama la ragazza che compare nelle illustrazioni che ho realizzato per gli arredamenti La Vergine Maria perché lo ha assistito nella realizzazione dei suoi sogni.
Ritengo che il linguaggio pop sia il più potente con cui comunicare poiché trascende ogni barriera sociale e ha al contempo il vantaggio di non avere presunzione e di essere spontaneo. La bellezza nella semplicità mi ha sempre ispirata."
Calligrafia araba, vecchi manifesti, negozi di spezie, cibo, scatole, prodotti di consumo sono i protagonisti delle re-interpretazioni che Rana da della sua cultura per presentarla ad un pubblico sempre più vasto.
HARVEY NICHOLS (Londra)
"Per ralingare lo sfondo di queste vetrine mi sono affidata agli artisti che realizzano dipingendo a mano i veri manifesti pubblicitari per il cinema. Quello che abbiamo fatto è stato sostituire le star libanesi con le effigi di Brigitte Bardot o di Bettie Page.
Decontestualizzare certe immagini e trasferirle in una nuova realtà conferisce loro una grande potenza. Ho realizzato che c'è grande curiosità per questo tipo di sensibilità."
PAUL SMITH (Londra)
Illustrazione dell'invito allo show di presentazione della collezione primavera\estate 2000, realizzata rielaborando tecniche usate dagli artisti di strada di Beirut.
Carta per le tavolette di cioccolato per Cocomaya (Londra)
La confezione, con una fantasia che richiama le fantasie dei tessuti caratteristici della tradizione libanese, può essere riciclata come biglietto di auguri.
Merchandise realizzato per il Victoria&Albert Museum di Londra
Dedicato al Museo Jameel che celebra l'arte islamica, le creazioni hanno uno stile accattivante pensato per attirare i più giovani verso l'arte.
Campagna per Villa Moda, store di lusso a Dubai
"Mi sono avvalsa della collaborazione di Youssef Nabil, un bravissimo fotografo con cui abbiamo realizzato questi scatti a Parigi ricreando un look retrò che unisce la cultura occidentale (Prada, Miu Miu) con quella orientale raccontata dallo stile delle foto e dalle pose dei modelli.
Mi piace che le mie creazioni siano accompagnate da un pizzico di imperfezione.
Trovo che l'arte non esposta in un museo ma in luoghi di consumo immediato come ristoranti e grandi magazzini, costituisca un'occasione preziosa che permette di arrivare ad un pubblico sempre più ampio."
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venerdì 12 aprile 2013
lunedì 24 dicembre 2012
Francis Bacon, L'autoritratto o la visione del tempo
Per molto tempo non sono stata amante dell'arte contemporanea, perché non riuscivo proprio a capirla. Fu una docente all'università ad illuminarmi: non volevo capirla perché non la trovavo rassicurante. Dopo qualche studio che mi ha aiutata ad approfondirla ho scoperto che invece è qualcosa che mi piace e mi incuriosisce. Ovviamente però ho delle preferenze ed ammetto candidamente che Francis Bacon non è tra quelle. Ma è proprio per questo che ho voluto saperne di più, credo che la volontà di capire e conoscere anche ciò che in un primo momento ci sembra difficile e lontano da noi sia più importante della mera curiosità, credo sia il vero motore che porta ad un cambiamento, un'evoluzione.
Ecco alcuni degli punti di riflessione più interessanti di una lezione tenuta dal critico e filosofo Federico Ferrari (http://federico-ferrari.blogspot.it/) nell'ambito delle iniziative legate alla mostra Francis Bacon e la condizione esistenziale nell'arte contemporanea di Palazzo Strozzi a Firenze fino al 27 gennaio
E' difficile parlare dell'opere di Bacon, poiché il suo gesto artistico è uno dei meno intellettualizzabili, è difficile cogliere cosa lui facesse nella sua pratica artistica. Quello che mi ha sempre colpito è la sua capacità di mostrare la presenza vivente dei corpi, non in modo rappresentativo (re-presentativo, che presenta nuovamente). Il suo tentativo è piuttosto quello di presentare la vita nella sua crudezza e brutalità, quello che Heidegher chiamava "esistenza", come qualcosa che contiene in sé la questione stessa dell'essere.
Cercare di cogliere l'essenza della vita come qualcosa che stava nelle persone davanti a lui in quel momento, o, nel caso dell'autoritratto, in sé stesso
Oggi, proprio qui a Palazzo Strozzi ho avuto modo di vedere I quattro elementi di Ziegler
una delle opere più note della pittura nazional socialista, con la sua idealizzazione del tipo ariano e insieme del nudo. Tutto questo in Bacon non c'è e semmai il problema è invece l'opposto: lui ripeteva spesso di non avere un metodo e di disprezzare l'Accademia. Il suo problema era iniziare un quadro senza sapere come lo avrebbe finito
Questo fa apparire qualsiasi volontà di critica sul suo lavoro una forzatura e un fraintendimento.
La questione però è un po' più complessa.
La pittura di Bacon, specialmente se si prendono come riferimento gli incompiuti, ha un importante valore documentario in quanto dimostra come il quadro non c'è, ovvero non c'è fino al suo momento conclusivo, ma è la prassi pittorica che costruisce l'essenza del dipinto.
Bacon diceva di sé stesso di non essere un realista, ma al tempo stesso non è nemmeno un'espressionista.
Il suo tentativo è quello di trovare una singolarità nel soggetto che sta di fronte a lui all'interno della quale le regole sono sospese, questa è la ragione per la quale la sua pittura è così potente e inimitabile, cercando la singolarità manda in corto circuito l'armamentario teorico.
Nelle sue opere mostra il punto in cui il sapere pittorico fallisce, "io non so" è un ritornello che ritorna spesso nelle sue interviste.
Nei ritratti e negli autoritratti emerge il suo tentativo di cogliere il sé, la sua identità, vedere chi si è realmente, afferrare il proprio volto sottraendosi all'immagine stereotipata che la società ci rimanda ogni giorno.
Non è un caso infatti che per i suoi ritratti e autoritratti Bacon parta spesso da delle fotografie, spesso proprio da delle fototessere che per loro natura sono realizzate per dei documenti di identità.
Il suo punto di partenza era quindi ciò che identifica il soggetto normalmente, come un documento per arrivare a sottrarre l'individuo dalla sua identificazione, dalle sue generalità. Non è un caso che i ritratti o gli autoritratti siano spesso "serie", poiché l'identità non è mai unica.
Il luogo in cui l'identità vacilla comincia a sgretolarsi ed a incontrare il suo punto di fuga. Si parte da un'identità definita per arrivare ad un'altra figurata e disegnata attraverso la pratica artistica. Bacon sottrae il suo volto al cliché
Il volto non è più un'identità ma un'insieme di forze e pulsioni.
Ecco alcuni degli punti di riflessione più interessanti di una lezione tenuta dal critico e filosofo Federico Ferrari (http://federico-ferrari.blogspot.it/) nell'ambito delle iniziative legate alla mostra Francis Bacon e la condizione esistenziale nell'arte contemporanea di Palazzo Strozzi a Firenze fino al 27 gennaio
E' difficile parlare dell'opere di Bacon, poiché il suo gesto artistico è uno dei meno intellettualizzabili, è difficile cogliere cosa lui facesse nella sua pratica artistica. Quello che mi ha sempre colpito è la sua capacità di mostrare la presenza vivente dei corpi, non in modo rappresentativo (re-presentativo, che presenta nuovamente). Il suo tentativo è piuttosto quello di presentare la vita nella sua crudezza e brutalità, quello che Heidegher chiamava "esistenza", come qualcosa che contiene in sé la questione stessa dell'essere.
Cercare di cogliere l'essenza della vita come qualcosa che stava nelle persone davanti a lui in quel momento, o, nel caso dell'autoritratto, in sé stesso
Oggi, proprio qui a Palazzo Strozzi ho avuto modo di vedere I quattro elementi di Ziegler
una delle opere più note della pittura nazional socialista, con la sua idealizzazione del tipo ariano e insieme del nudo. Tutto questo in Bacon non c'è e semmai il problema è invece l'opposto: lui ripeteva spesso di non avere un metodo e di disprezzare l'Accademia. Il suo problema era iniziare un quadro senza sapere come lo avrebbe finito
Questo fa apparire qualsiasi volontà di critica sul suo lavoro una forzatura e un fraintendimento.
La questione però è un po' più complessa.
La pittura di Bacon, specialmente se si prendono come riferimento gli incompiuti, ha un importante valore documentario in quanto dimostra come il quadro non c'è, ovvero non c'è fino al suo momento conclusivo, ma è la prassi pittorica che costruisce l'essenza del dipinto.
Bacon diceva di sé stesso di non essere un realista, ma al tempo stesso non è nemmeno un'espressionista.
Il suo tentativo è quello di trovare una singolarità nel soggetto che sta di fronte a lui all'interno della quale le regole sono sospese, questa è la ragione per la quale la sua pittura è così potente e inimitabile, cercando la singolarità manda in corto circuito l'armamentario teorico.
Nelle sue opere mostra il punto in cui il sapere pittorico fallisce, "io non so" è un ritornello che ritorna spesso nelle sue interviste.
Nei ritratti e negli autoritratti emerge il suo tentativo di cogliere il sé, la sua identità, vedere chi si è realmente, afferrare il proprio volto sottraendosi all'immagine stereotipata che la società ci rimanda ogni giorno.
Non è un caso infatti che per i suoi ritratti e autoritratti Bacon parta spesso da delle fotografie, spesso proprio da delle fototessere che per loro natura sono realizzate per dei documenti di identità.
Il suo punto di partenza era quindi ciò che identifica il soggetto normalmente, come un documento per arrivare a sottrarre l'individuo dalla sua identificazione, dalle sue generalità. Non è un caso che i ritratti o gli autoritratti siano spesso "serie", poiché l'identità non è mai unica.
Il luogo in cui l'identità vacilla comincia a sgretolarsi ed a incontrare il suo punto di fuga. Si parte da un'identità definita per arrivare ad un'altra figurata e disegnata attraverso la pratica artistica. Bacon sottrae il suo volto al cliché
Il volto non è più un'identità ma un'insieme di forze e pulsioni.
mercoledì 12 dicembre 2012
TESTIMONIANZE DI PRESENZA parte 2
Seconda parte dell'incontro con Giovanna Calvenzi sull'autoritratto al femminile.
Aglae Bory
Impegnata nel raccontare il suo status di madre single, mettendo insieme i momenti topici che deve affrontare tutti i giorni, ponendo lo spettatore non nella posizione del voyeur, ma di osservatore, invitato e complice, questa giovane artista francese realizza tutti i suoi autoritratti insieme alla figlia. In tutte le immagini è rintracciabile il filo dello scatto flessibile, a ricordarci che è lei a comandare l'immagine.
Tomoko Sawada
Utilizza sempre e solo se stessa arrivando a fotografarsi anche con 400 identità diverse con progetti che cercano di andare alla radice dei problemi radicati nella cultura giapponese.
Molti gli studi sul rito del matrimonio, nel quale allo sposo vengono mostrate foto della futura moglie sia in abiti tradizionali che occidentali.
Una volta lei stessa mi ha raccontato di come la scuola in Giappone sia la strada attraverso la quale passa la costruzione del futuro di chiunque, in un modo abbastanza massificante. In queste foto di classe ogni bimba è interpretata da lei stessa.
Nel suo volto da eterna bambina sta la chiave di questo suo incredibile trasformismo e la capacità di interpretazione della cultura giapponese.
Moira Ricci
Da sempre impegnata a lavorare su se stessa e la sua immagine, in questa serie intitolata con l'anno di nascita e l'anno di morte di sua madre compie un itinerario inserendosi mimeticamente in immagini del passato, quasi come tentativo di esorcizzare un lutto e di tenere in vita il legame con la madre.
Ai volti, alle amicizie, alle feste, agli incontri che la madre era solita fotografare si aggiunge l'artista che si inserisce sempre in un atteggiamento di curiosità, come nel tentativo di voler capire una realtà lontana e di interpretarla.
Marina Cavazza
Nata a Milano e cresciuta a Roma lavora in giro per il mondo. Dopo il trasferimento con il marito e i figli in Svizzera trasforma una sorta di straniamento in autoanalisi visiva, cercando una propria identità in una dimensione nuova. Alle spalle di questa ricerca c'è a mio avviso una sofferenza che cerca nella fotografia la ricomposizione di un momento di difficoltà.
Tomoko Sawada
Utilizza sempre e solo se stessa arrivando a fotografarsi anche con 400 identità diverse con progetti che cercano di andare alla radice dei problemi radicati nella cultura giapponese.
Molti gli studi sul rito del matrimonio, nel quale allo sposo vengono mostrate foto della futura moglie sia in abiti tradizionali che occidentali.
Una volta lei stessa mi ha raccontato di come la scuola in Giappone sia la strada attraverso la quale passa la costruzione del futuro di chiunque, in un modo abbastanza massificante. In queste foto di classe ogni bimba è interpretata da lei stessa.
Nel suo volto da eterna bambina sta la chiave di questo suo incredibile trasformismo e la capacità di interpretazione della cultura giapponese.
Moira Ricci
Da sempre impegnata a lavorare su se stessa e la sua immagine, in questa serie intitolata con l'anno di nascita e l'anno di morte di sua madre compie un itinerario inserendosi mimeticamente in immagini del passato, quasi come tentativo di esorcizzare un lutto e di tenere in vita il legame con la madre.
Ai volti, alle amicizie, alle feste, agli incontri che la madre era solita fotografare si aggiunge l'artista che si inserisce sempre in un atteggiamento di curiosità, come nel tentativo di voler capire una realtà lontana e di interpretarla.
sabato 8 dicembre 2012
TESTIMONIANZE DI PRESENZA di Giovanna Calvenzi, 1a Parte. Succede a Firenze #4
Giorni fa ho partecipato ad un'interessante conferenza tenuta da Giovanna Calvenzi, critica per il Corriere della sera, docente e curatrice di numerose mostre, al Centro di cultura contemporanea La Strozzina di Firenze http://www.strozzina.org/
Tema dell'incontro l'autoritratto femminile nell'opera di una serie di artiste contemporanee che si sono poste come creatrici e insieme soggetto delle loro opere, in modi e con intenti diversi. Introducendo l'incontro Calvenzi ha raccontato il suo percorso all'interno di questa materia: Pur interessandomi da molti anni all'autoritratto femminile mi trovo qui a parlarne in pubblico per la prima volta. Questa serata mi da l'opportunità, oltre che di condividere delle mie riflessioni, di sintetizzare una parte del lavoro sul quale ho riflettuto per lungo tempo.
Tra gli autoritratti presi in esame l'unica opera non al femminile: Autoritratto come un annegato di Hippolyte Bayard. Un'immagine di grande interesse sotto molteplici punti di vista: 1840, Bayard uno degli inventori del sistema fotografico al quale il governo francese non ha dato nessun riconoscimento, decise di farsi questo provocatorio autoritratto nel quale si mostra come un cadavere. Questo è il primo autoritratto messo in posa e uno dei primissimi esempi di nudo; è al contempo un'immagine che dichiara la falsità di se stessa poiché il sofferto finge di essere annegato
Francis Benjanin Johston, americana nata 1864, fotografa e scrittrice, figlia di una delle prime reporter del Congresso, a 26 anni si scatta un autoritratto in abiti maschili
Pochi anni dopo vestita da signora si fotografa in modo provocatorio, fumando una sigaretta e tenendo in mano un boccale di birra, proclamando il suo essere una donna lontana dagli stereotipi della sua epoca.
L'autoritratto è stato utilizzato dalle artiste nella storia in modi molto diversi sviluppando molteplici percorsi nell'utilizzo del corpo femminile in fotografia. La mia ricerca parte da dopo l'esperienza di artiste come Cindy Sherman e Francesca Wooodman e lasciando intenzionalmente a lato i lavori di Nann Goldin Vorrei proporre i lavori di un gruppo di artiste contemporanee che hanno utilizzato la propria immagine non solo come conoscenza di sé e riflessione, ma come strumento di creazione e libertà espressiva.
Alessandra Capodacqua
Artista napoletana e fiorentina d'adozione che lavora con il foro stenopeico, l'antesignano della macchina fotografica e suo rudimento, raccogliendo le tracce di presenza di se stessa. Le sue opere non si pongono il problema della rappresentazione come metafora del reale, ma una testimonianza di presenza
Elina Brotherus
Ha sempre lavorato con l'autoritratto in un contesto autobiografico, ricreando momenti passati a posteriori. Nel 1999 si trasferisce in Francia non conoscendo la lingua, ragion per cui su suggerimento di un'amica, inizia ad utilizzare post it gialli sugli oggetti in modo da creare una relazione tra se stessa e il suo nuovo mondo, la sua nuova cultura, esprimendo al contempo un senso di estraneità. I post it transitano da situazioni oggettive a sentimenti, passando per il corpo.
Dita Pepe
Di origine ceca realizza una serie di "autoritratti con", nei quali arriva ad assumere l'identità dei soggetti rappresentati divenendo ad esempio madre di famiglie non sue. Non solo si mette in posa, ma assume personalità multiple immedesimandosi nella vita del soggetto ritratto insieme a lei.
continua
Tema dell'incontro l'autoritratto femminile nell'opera di una serie di artiste contemporanee che si sono poste come creatrici e insieme soggetto delle loro opere, in modi e con intenti diversi. Introducendo l'incontro Calvenzi ha raccontato il suo percorso all'interno di questa materia: Pur interessandomi da molti anni all'autoritratto femminile mi trovo qui a parlarne in pubblico per la prima volta. Questa serata mi da l'opportunità, oltre che di condividere delle mie riflessioni, di sintetizzare una parte del lavoro sul quale ho riflettuto per lungo tempo.
Tra gli autoritratti presi in esame l'unica opera non al femminile: Autoritratto come un annegato di Hippolyte Bayard. Un'immagine di grande interesse sotto molteplici punti di vista: 1840, Bayard uno degli inventori del sistema fotografico al quale il governo francese non ha dato nessun riconoscimento, decise di farsi questo provocatorio autoritratto nel quale si mostra come un cadavere. Questo è il primo autoritratto messo in posa e uno dei primissimi esempi di nudo; è al contempo un'immagine che dichiara la falsità di se stessa poiché il sofferto finge di essere annegato
Francis Benjanin Johston, americana nata 1864, fotografa e scrittrice, figlia di una delle prime reporter del Congresso, a 26 anni si scatta un autoritratto in abiti maschili
Pochi anni dopo vestita da signora si fotografa in modo provocatorio, fumando una sigaretta e tenendo in mano un boccale di birra, proclamando il suo essere una donna lontana dagli stereotipi della sua epoca.
L'autoritratto è stato utilizzato dalle artiste nella storia in modi molto diversi sviluppando molteplici percorsi nell'utilizzo del corpo femminile in fotografia. La mia ricerca parte da dopo l'esperienza di artiste come Cindy Sherman e Francesca Wooodman e lasciando intenzionalmente a lato i lavori di Nann Goldin Vorrei proporre i lavori di un gruppo di artiste contemporanee che hanno utilizzato la propria immagine non solo come conoscenza di sé e riflessione, ma come strumento di creazione e libertà espressiva.
Alessandra Capodacqua
Artista napoletana e fiorentina d'adozione che lavora con il foro stenopeico, l'antesignano della macchina fotografica e suo rudimento, raccogliendo le tracce di presenza di se stessa. Le sue opere non si pongono il problema della rappresentazione come metafora del reale, ma una testimonianza di presenza
Elina Brotherus
Ha sempre lavorato con l'autoritratto in un contesto autobiografico, ricreando momenti passati a posteriori. Nel 1999 si trasferisce in Francia non conoscendo la lingua, ragion per cui su suggerimento di un'amica, inizia ad utilizzare post it gialli sugli oggetti in modo da creare una relazione tra se stessa e il suo nuovo mondo, la sua nuova cultura, esprimendo al contempo un senso di estraneità. I post it transitano da situazioni oggettive a sentimenti, passando per il corpo.
Dita Pepe
Di origine ceca realizza una serie di "autoritratti con", nei quali arriva ad assumere l'identità dei soggetti rappresentati divenendo ad esempio madre di famiglie non sue. Non solo si mette in posa, ma assume personalità multiple immedesimandosi nella vita del soggetto ritratto insieme a lei.
continua
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