mercoledì 30 maggio 2012

THE BEAUTY AND THE BIO Dai brand da s.p.a a quelli da drugstore la cosmetica del futuro è sempre più biologica e certificata. Uno sguardo sull’ecopensiero alla radice della bellezza sostenibile.


Un tempo per curare la pelle e mantenerla candida si usavano impacchi a base di argilla, mollica di pane e latte d’asina, e per creare ombretti e texture si polverizzavano pietre rare e si le si mescolavano con oli vegetali.







Dopo secoli di ricerca cosmetica tesa a creare prodotti che garantiscano ottime performance sfruttando ogni tipo di tecnologia derivante dall’architettura, dalla fisica e dalla più sofisticata medicina estetica, oggi la tendenza sembra decisamente orientata verso la riscoperta della cosmesi naturale.

Una vera e propria bio-revolution, frutto di una migliore informazione da parte di consumatori sempre più consapevoli ed esigenti  che cercano le loro informazioni navigando in rete e studiando gli inci dei prodotti con sempre maggiore curiosità. Un nuovo orientamento nell’universo della cosmesi che parte dal concept di un prodotto fino ad arrivare a packaging.



L’industria della bellezza sostenibile comincia la sua ascesa dai nuovi criteri di produzione: stabilimenti che abbiano come linee guida il risparmio di acqua e di energia, che si impegnino ad utilizzare materie prime provenienti da fonti rinnovabili e da coltivazioni effettuate senza l’utilizzo di fertilizzanti chimici e pesticidi sintetici. Simbolo di tutti nuovi criteri eco-friendly Aveda, lo storico brand fondato ne 1978 che ha adottato una politica produttiva ad impatto zero con auto aziendali ecologiche per i suoi dipendenti, utilizzo esclusivo di materiali riciclati e riciclabili e adozione di energie alternative all’interno degli stabilimenti.



L’industria della bellezza sostenibile comincia la sua ascesa dai nuovi criteri di produzione: stabilimenti che abbiano come linee guida il risparmio di acqua e di energia, che si impegnino ad utilizzare materie prime provenienti da fonti rinnovabili e da coltivazioni effettuate senza l’utilizzo di fertilizzanti chimici e pesticidi sintetici. Simbolo di tutti nuovi criteri eco-friendly Aveda, lo storico brand fondato ne 1978 che ha adottato una politica produttiva ad impatto zero con auto aziendali ecologiche per i suoi dipendenti, utilizzo esclusivo di materiali riciclati e riciclabili e adozione di energie alternative all’interno degli stabilimenti.



Non solo creme e sieri, ma anche il make up mescola sempre di più agli ingredienti tradizionali formule di derivazione naturale proponendo mascara (un tempo una semplice mistura di vasellina e polvere di carbone) arricchiti di complessi vitaminici derivati del rosmarino (Sumtuosus Extreme di Estée Lauder), cere ricavate dalle foglie di palma che rinforzano e favoriscono la crescita delle ciglia e coloranti naturali (Volumizzante Experience di Max Factor), rossetti con formule arricchite di lievito biologico per stimolare la produzione di collagene (Shimmering Rouge di Shiseido), basi pre-trucco con meno siliconi e più estratti di arance e ginko per tonificare la pelle del viso (Istant Glow di Shu Uemura) e smalti per unghie a base di ingredienti naturali e minerali (Ultra-Lavande Le Vernis n. 359, pure lavande di Lancome.)






Già molte le case cosmetiche che incoraggiano i clienti a riportare negli store le confezioni vuote dei prodotti utilizzati premiandoli con omaggi (politica adottata dall’inglese LUSH ma anche dalla MAC con il BACK TO MAC) altri brand stanno lentamente rivoluzionando il concetto stesso di packaging sempre più spesso ridotto all’essenziale, realizzato con materiali riciclati e decorato con  inchiostri ricavati da oli vegetali biodegradabili (Garnier e Nivea).

Performance impeccabili, resistenza e qualità ma con un occhio rigorosamente spalancato sul rispetto della natura e la salvaguardia del benessere degli animali: questo ciò che oggi chiediamo, e sempre più spesso otteniamo, dai cosmetici di nuova generazione che si dimostrano all’altezza delle esigenze di una clientela consapevole e informata che ha fatto dell’eco-pensiero uno stile di vita.






venerdì 18 maggio 2012

Succede a Firenze # 3 GIULIANO MONTALDO






Giorni fa ho avuto il privilegio di assistere ad un incontro con il regista, attore, sceneggiatore Giuliano Montaldo. Completo grigio, cravatta e pochette rossa, lo stile di una volta ed un'ironia pungente e attuale. Gentile, disponibile e molto brillante Montaldo, classe 1930, ha intrattenuto il pubblico dell'Auditorium Stensen dopo la proiezione dei suoi 2 ultimi film: I demoni di San Pietroburgo (2008) e l'Industriale (2011). L'occasione è un'interessante rassegna su Cinema e Lavoro, 2 temi indubbiamente di grandissima attualità.

"Ricordo quando da giovane girai qua a Firenze, come attore, Cronache di amanti nel ruolo del pizzicagnolo di via del Corno ridoppiandomi da solo, ammetto, con parziale successo (ride). La mia ragazza, che di lì a poco sarebbe diventata mia moglie dopo avermi vista al cinema mi disse 'sei un cane!' Racconta ridendo il regista di Giordano Bruno e Sacco e Vanzetti.

A Prato con Pontecorvo girammo Giovanna sull'occupazione di una fabbrica tessile, e sempre a Firenze invece ho girato parte di Giordano Bruno.


Non rivedo mai i miei film per non soffrire. Vedete, il vero produttore di un film dovrebbe essere il Padreterno, perché non sapete quante volte succede che sul momento di girare una scena gridi: Motore, Azion... e comincia a piovere, così quella che doveva essere una bella scena girata in esterna diventa un buco in interno.


Gli occhiali d'oro 1987

Ecco, quando rivedo questi momenti sullo schermo mi viene sempre da piangere, e io non voglio piangere!

I demoni di San Pietroburgo e L'Industriale vengono dopo una lunga pausa, durata venti anni.

Sono stato fermo così a lungo a causa di un fallimento. Racconta schiettamente Montaldo: Nel 1989 ho girato Tempo di uccidere tratto dal bellissimo libro di Ennio Flaiano.


Avevo fatto i sopralluoghi in Etiopia in un momento molto difficile perché era in corso la guerra fra etiopi ed eritrei. Ricordo che, a testimonianza della permanenza degli italiani da quelle parti trovai dei camion ancora perfettamente in funzione. L'ambasciatore italiano mi fece sapere era pericoloso girare un film in Etiopia soprattutto per attore e regista. Il protagonista era Nicolas Cage e appena il suo agente seppe di questi rischi si tirò immediatamente indietro. I contratti però erano già pronti finimmo in Kenia, dove, siccome era appena stato girato un film holliwoodiano ad alto budget i costi erano altissimi e quindi siamo andati nello Zimbawe.
Tutto quel girovagare mi aveva svuotato, era come se avessi programmato di girare un film ad Helsinki e fossi finito a Marrakech. Avvertii un profondo malessere che malgrado l'affetto e la solidarietà della troupe, di protrasse fino alla fine delle riprese.


Che un autore debba sopportare tutto questo è davvero crudele, e lo è ancora di più se si pensa che il nostro mestiere è davvero molto precario. Nel cinema spesso si fa caso solo ai compensi milionari delle star ma ci sono anche tante maestranze e quando finisci un film non sai mai se e quando potrai fare il prossimo, e allora vai in giro come un accattone (come ci definì Brunetta). Dopo questa esperienza ho avuto la fortuna di dedicarmi all'opera lirica curando diversi allestimenti e sono stato presidente di Rai Cinema vivendo finalmente l'avventura dall'altra parte. Nei colleghi che ho cercato di aiutare spesso rivedevo me stesso, ma in quei 5 anni non ho scattato neanche una fotografia.

Durante la mia carriera ho sempre cercato di fare film che comunicassero la mia sofferenza nei confronti dell'intolleranza e penso che Sacco e Vanzetti, Giordano Bruno e Gli occhiali d'oro identifichino bene il mio punto di vista.

Sacco e Vanzetti (1971)



Gli occhiali d'oro (1987)

Di solito vengo a sapere che è passato in tv un mio film dal mio garagista: "Dottor Montaldo, ieri sera ho visto Il Giocattolo con Manfredi, che bel film!" oppure "Hanno dato Sacco e Vanzetti, lo sa che mi sono emozionato!" e ancora "Dottore, che scena quella in cui Giordano Bruno va al rogo!". Quando io gli chiedo a che ora li abbia visti la sua risposta varia da le 3, le 3,30 e le 4. Ebbene sì, i miei film li trasmettono a quell'ora, ma quello che mi rende felice è che almeno non sono interrotti dalla pubblicità.

La fatica e la gioia del mestiere sono affidate emblematicamente ad un ricordo delle riprese fiorentine di Giordano Bruno: Quasi tutti i luoghi di culto ci erano stati vietati, ma il sacerdote titolare della chiesa di San Lorenzo ci dette il permesso di girare nelle Cappelle Medice. Gian Maria Volontè, da sempre preso dalle sue battaglie politiche mi aveva riempito il set di comparse cilene.


L'ultimo giorno delle riprese prima della pausa di Pasqua era venerdì Santo ed eravamo tutti in agitazione perché avevamo premura di finire, Gian Maria venne da me con un anziano signore cileno chiedendomi di trovargli qualcosa da fare sul set. Aveva un viso interessante perciò lo usai come comparsa nel ruolo di un cardinale, quindi lo faccio vestire di rosso e gli faccio mettere una croce dorata.


Durante una pausa dalle riprese questo signore si allontanò vestito da cardinale e cominciò a impartire finte benedizioni a tutti i sacerdoti e le suore che incontrava. Il monsignore che ci aveva aperto le porte delle cappelle medice se ne accorse, lo accompagnò ad una scalinata e lo mandò via con un gran calcio nel sedere, poi venne da ma, comprensibilmente arrabbiatissimo e mi disse di sgomberare. Allora andai da lui nel suo ufficio terrorizzato, balbettando 3 o 4 cose che avevo imparato da chierichetto e dicendoli che se non mi faceva finire probabilmente avrei avuto un infarto, proprio là davanti a lui. Lui si impietosì e mi disse: "vada giù, finisca, e non si faccia più vedere!". Ma noi invece ci siamo rivisti, io andai a trovarlo e ci abbracciammo.

A proposito de L'Industriale, ultima fatica del regista ligure con protagonisti Pierfrancesco Favino e Carolina Crescentini, presentato all'ultima Festa del Cinema di Roma che racconta la storia della crisi umana e professionale di un imprenditore torinese che vede a rischio la sua azienda: Il film lo abbiamo pensato verso la fine del 2010 e di certo non immaginavamo che quel mare mosso diventasse questo tzunami terrificante.



Quello che dico sempre dopo tutte le proiezioni di questo film è che adesso siamo in una fase di vero e proprio "sboom" economico. In questi momenti ricordo un'immagine di mia madre e di mio padre durante la guerra abbracciati davanti alla nostra casa distrutta dopo un bombardamento. Le bombe non sceglievano tra ricchi e poveri, noi ci eravamo nascosti in un rifugio e al nostro ritorno avevamo trovato solo macerie. In quel momento gli italiani si sono rimboccati le maniche tutti insieme e ce la hanno fatta. Adesso dobbiamo farcela di nuovo, forza Signori, diamoci da fare!

mercoledì 9 maggio 2012

Succede a Firenze # 2 Zitti e Mosca (il libro)


Non parlo spesso di cinema italiano, per la semplice ragione che lo conosco poco e, lo ammetto, forse non sempre cattura la mia attenzione. Ma quando ho saputo che alla Feltrinelli della mia città si sarebbe svolto l' incontro di presentazione del libro sulla lavorazione di un film di tanti anni fa al quale sono molto affezionata non ho potuto resistere. Il film è Zitti e Mosca di Alessandro Benvenuti (1991) e la ragione per la quale mi è particolarmente caro, oltre al fatto che è davvero bello e poetico è che è stato girato proprio nei luoghi dove sono cresciuta.
Insieme agli autori del libro Zitti e Mosca 20 anni dopo Enrico Zoi e Philippe Chellini, sono intervenuti all'incontro Alessandro Benvenuti, regista attento e curioso, ottimo interprete specialmente in teatro e uomo di spessore e Leonardo Pieraccioni il guitto che ormai tutti conosciamo da anni, esuberante ed estroso al quale vanno riconosciuti diversi meriti, in primis quello di aver saputo commercializzare la sua simpatia genuina e spontanea, irrimediabilmente contagiosa.

 La presentazione è stata una occasione per i 2 attori\registi toscanacci doc per parlare del linguaggio del cinema, della paura, degli incontri fortunati e di Alida Valli, ma anche di politica, di Beppe Grillo e delle prospettive future per un cinema di riflessione e non solo di intrattenimento.



Pieraccioni ha iniziato con il raccontare con onestà la sua paura di attore alle primissime armi:
Zitti e Mosca è stato il mio primo film e in un certo senso mi ha aiutato a capire meglio gli attori, e il panico che qualche volta li assale. In quel film io ho letteralmente recitato in apnea, perché ero davvero emozionato dall'idea che stavo partecipando a qualcosa di grosso (avevo esperienza solo di cortometraggi). Mi sentivo come se mi avessero mandato a giocare in serie A.
Riguardando oggi il film mi ricordo di quanto fossi spaventato, questa è una cosa della quale come spettatore non ti accorgi. La mia emozione era terribile ma anche meravigliosa, se mi avessero sparato probabilmente avrei sentito solo il rumore.




Diventando a mia volta un regista ho imparato a riconoscere quando uno dei miei attori ha lo stesso sopracciglio ballerino che ho avuto io sul set di Zitti e Mosca. Durante la lavorazione ho fatto degli incontri importantissimi per me: Massimo Ceccherini, Alessandro Paci.. Eravamo tutti talmente agitati che gli operatori si divertivano a scommettere fra loro se saremmo riusciti a portare a termine un ciak.




Alessandro Benvenuti è intervenuto sull'ansia da prestazione di Pieraccioni: Credo che la tensione nella recitazione di Leonardo abbia dato spessore al suo personaggio che aveva una complessità rispetto a quella degli altri giovani protagonisti. La sua era una situazione intellettuale ed emotiva diversa. Tra l'altro il personaggio interpretato da Leonardo nel film si chiama proprio Pieraccioni. Questa è stata una mia scelta, un atto di fede più che altro, perché quel personaggio gli assomiglia molto, o meglio, assomiglia ad una parte di lui.

 Benvenuti ha poi continuato parlando della partecipazione di Alida Valli, del suo coraggio e della sua professionalità:



Una persona intelligente, umile, disponibile. Una grande donna. Quando iniziammo le riprese aveva un problema di salute: aveva perso temporaneamente la vista da un occhio, nessuno se ne era accorto se non il truccatore, e lei non voleva che si sapesse perché non voleva trattamenti di favore. La sua abnegazione mi colpì moltissimo. Dopo la fine delle riprese è andata in Svizzera per farsi operare.
Si dice sempre che il cinema è fatto di sguardi, e lo sguardo di Alida Valli colpisce ancora tantissimo per quanto è carico di sensualità.


Un film come Zitti e Mosca lo si potrebbe girare certamente anche oggi - ha proseguito Benvenuti- Finchè la Storia va avanti e si ha voglia di interpretarla tutto è possibile, e si continua a fare cinema. Trovo che i film più belli siano quelli che raccontano storie sincere; spesso i più intensi e struggenti vengono da terre che conoscono il dolore, i cambiamenti e anche le guerre, ma soprattutto quelli che raccontano una realtà diversa e che ti fanno capire che esistono altri mondi, altre persone. Se non fosse così esisterebbe solo la parte commerciale del cinema.


Se dovessi fare un film che parla di politica oggi penso che racconterei la storia di qualcuno che torna ad averne passione e che la trasmette ad altri. Sarebbe interessante fare per esempio un film su Beppe Grillo che indagasse quello che lui fa e perché ha deciso di farlo, ma anche un film sulla Lega, o sull'odio che le persone hanno sviluppato verso i politici. Analizzare cinematograficamente queste cose potrebbe essere davvero utile. Forse proprio la politica è uno dei pochi temi rimasti veramente attuali per il cinema in Italia.
Questo è un momento molto difficile, ma è nei momenti brutti che l'arte è più bella e viene meglio.


Enrico Zoi e  Philippe Chellini hanno parlato di Zitti e Mosca 20 anni dopo libro edito da Romano Editore sulla lavorazione del film del 1991:



 Nel libro si parla di amicizia e di cinema e ci siamo divertiti moltissimo a scriverlo - ha spiegato Enrico Zoi - Durante la stesura abbiamo guardato molte volte Zitti e Mosca, sia da soli che insieme, rendendoci conto di quanto "cinema", inteso come volontà di raccontare una storia, ci sia in quel film. 
La mia passione per il cinema di Alessandro è nata un giorno di tanti anni fa quando girando per Firenze mi sono imbattuto nelle riprese di A Ovest di Paperino. Conoscevo già i Giancattivi perché li avevo visti alle Feste dell'Unità e mi erano sempre piaciuti. 




In seguito in tutti i film di Alessandro ho sempre riscontrato una grande umanità, la volontà di sperimentare e di trovare sempre nuove strade.


Alessandro Benvenuti ha concluso con una riflessione sul vero senso del lavoro di ricostruzione filologica e affettiva operata da i due autori: Nel libro si cerca di capire veramente che cosa sia un film, andando al di là del gusto personale ed in questo caso dell'ideologia politica. Philippe ed Enrico hanno capito e messo in luce che quando si fa del cinema di casuale non c'è mai niente, ma ciò che si vede sullo schermo è la costruzione del pensiero di una persona. Ci vuole volontà e coraggio per capire cosa c'è davvero nella mente di un altro, e non solo quello che ci piacerebbe che ci fosse. Questo significa vivere  non distrattamente.

sabato 28 aprile 2012

Beirut Hotel


Proposto nel corso del Film Middle East Now a Firenze Beirut Hotel terzo lungometraggio della regista libanese Danielle Arbid presente al cinema Odeon per introdurre la proiezione.


 Produzione televisiva del network Artè la storia si sviluppa attorno ai sentimenti della paura e della paranoia, che, racconta Danielle Abrid, caratterizzano questo momento storico in Libano: «In questa storia la paura ha senza dubbio un duplice significato: paura di amare e di confrontarsi con qualcuno di molto distante, ma anche paura per la situazione politica che io definisco, anche nel film, come potenzialmente “vulcanica”.
Cerco di dare a tutti i miei film una componente fortemente realistica, di rappresentare cioè quello che io vedo e Beirut Hotel in particolare è il mio sguardo sulla città.»

Danielle Abrid


In un locale notturno di Beirut si incontrano Zorha (Darine Hamze), una cantane di piano bar separata dal marito, e Mathieu (Charles Berling) maturo avvocato francese di passaggio in Libano per concludere un affare per una società di telecomunicazioni. I due intrecciano una relazione che sembra andare al di là di un incontro occasionale.





Mathieu, che sta divorziando dalla moglie con la quale ha un figlio di 5 anni, riceve la visita di Abbas, un vecchio amico e collaboratore che gli chiede aiuto per essere messo in contatto col governo francese dal quale vuole ottenere asilo politico in cambio in informazioni. L’uomo si trova suo malgrado coinvolto in un affare politico riguardante alte sfere dei servizi segreti libanesi che si mettono sulle sue tracce spiandolo e seguendolo, facendolo sentire in trappola.
Beirut Hotel si rivela un brillante film in bilico tra romanticismo e spionaggio che coglie in pieno la situazione di precarietà emotiva, sentimentale e politica della città e di coloro che vi abitano o che semplicemente ne sono ospiti timorosi ma sedotti.
 La relazione fra Mathieu e Zorha, carnale, torrida è uno struggente contrappunto al fascino di Beirut, la città in cui tutti hanno paura come se fossero seduti sull’orlo di un vulcano, fotografata nei suoi numerosi volti: dagli eleganti locali notturni dalle architetture moderne, ai quartieri popolari, dalle stanze d’albergo agli interni dell case borghesi.




Terminata la proiezione Danielle Arbid ha condiviso con il pubblico dell’Odeon il racconto dei gravi problemi legati alla censura che in Libano hanno vietato la circolazione di Hotel Beirut e che la hanno spinta a tentare una causa legale: «Mi avevano imposto di eliminare delle scene parti integranti della narrazione e senza le quali il film non avrebbe avuto senso, e paradossalmente erano tutte sequenze che riguardavano la parte politica del plot e non le scene di sesso. Ho rifiutato la censura e ho avviato una causa. È la prima volta che un regista in Libano compie una scelta del genere, la sentenza sarà espressa tra un anno.»
A proposito di come la città di Beirut è percepita e vissuta: «La guerra non è mai completamente finita, permane una sensazione di guerra fredda che certamente non impedisce di godersi una bella serata o una vacanza, ma che fa avere costantemente paura, ed è la stessa paura che provo anche io ogni volta che torno in Libano. La mia è una terra nella quale esiste una sorta di bipolarità nei suoi abitanti: c’è che guarda verso la Siria e chi invece si vuole avvicinare agli Stati Uniti.
Beirut Hotel ha suscitato reazioni sicuramente contrastanti. Dopo il passaggio su Artè, il network che lo ha prodotto, è stato erroneamente considerato come fortemente provocatorio, quando la provocazione era davvero l’ultima delle mie intenzioni nella realizzazione.»
Sulla figura di Zorha, perfetto simbolo di giovane donna mediorientale moderna che adotta un abbigliamento che celebra la sua femminilità, lavora col suo talento e la sua bellezza e vive l’amore e la sessualità in modo libero, Arbid precisa: «In realtà Zorha è una ragazza come ce ne sono tante in Libano. In Europa si tende ad avere un’idea un po’ falsata sulla condizione delle donne libanesi, che in realtà sono molto libere ed emancipate. Il divorzio, ad esempio è possibile dagli anni 70 ed è una realtà piuttosto diffusa.




Il mio cinema non si nutre mai completamente di finzione. Beirut Hotel è sì una fiction ma racconta però la situazione reale del Libano oggi, queste atmosfere contradditorie sono la realtà.»

lunedì 23 aprile 2012

Bel Ami

George Duroy dopo due anni come soldato in Algeria si trova a Parigi senza soldi, senza amici e con uno squallido impiego alle Ferrovie che non gli permette nemmeno di cenare tutti i giorni. Un incontro casuale con un suo vecchio compagno d'armi lo introduce nell'ambiente raffinato, ma pieno di intrighi del giornalismo di costume. George, apprezzato molto dalle donne, ma dileggiato dai suoi colleghi per la sua scarsa abilità di giornalista riesce, non senza fatica, a farsi strada senza scrupoli e mosso dalla certezza della sua predestinazione ad una carriera sfolgorante e ancor di più ad una grande ricchezza.



Esordio alla regia cinematografica per Declan Donneland e Nic Ormerod, Bel Ami realizzato nel 2010 esce adesso nelle sale, secondo i detrattori della saga di Twilight come intrattenimento per le fans di Robert Pattinson, tra il primo episodio di Breaking Down e il secondo, nei cinema il prossimo autunno che segnerà la fine della serie delle pellicole realizzate dal ciclo dei romanzi sui vampiri di Stephenie Meyer. Se fosse vero, e dal punto di vista del marketing sembra  molto probabile, forse il primo ad accorgersene a trarne vantaggio è proprio lo stesso Robert Pattinson.



 Il 26enne attore inglese, che dopo Harry Potter, The airman hunted, Twilight e Come l'acqua per gli elefantiè coinvolto in una ulteriore trasposizione cinematografica da un romanzo di successo, in occasione della prima del film al Festival di Berlino si è detto felice di poter finalmente contare su un pubblico più vasto e si auspicava che i lettori di Twilight fossero tentati di andare a vedere Bel Ami.

La trama del romanzo di Guy de Maupassant pubblicato nel 1885 è ridotta in sofisticati quadretti o intermezzi prevalemtemente filmati in ambienti interni borghesi, e risulta nel complesso piacevole, mancando però dell'afflato di altre fortunate trasposizioni cinematografiche in costume come L'età dell'innocenza, Le relazioni pericolose, Ritratto di Signora.
Tra i personaggi si distingue Christina Ricci, sempre più irriconoscibile, nel ruolo di Clotilde Marelle, la prima fra le donne che si trovano a soccombere al fascino di George; un personaggio che se nel romanzo viene definito "naturalmente audace" nel film sembra piuttosto acerba ma al contempo materna.



Uma Turman è invece una Madeleine Forestier piuttosto aderente all'originale anche se forse un po' troppo matura, ancorché astuta determinata e maliziosa.




Robert Pattinson nella sua stolida avvenenza si rivela il volto e il corpo perfetti per animare George Duroy il cui sguardo perennemente frustrato e desideroso di riscatto non può non ricordare quello affamato di sangue del suo più celebre ruolo.




Di tutte le donne da lui conquistate e sedotte, fra le quali c'è anche la sventurata Virginie (Kristin Scott Thomas), la più agè fra le amanti di George, Clotilde "la licenziosa" del romanzo di Maupassant, con il suo nuovo profilo romantico regalatole dallo schermo, sembra essere la compagna ideale per Bel Ami, che, anche se troppo preso dalla sua sempre più crescente avidità per apprezzarla, sa che su di lei potrà sempre contare.

Bel Ami risulta nel complesso ben confezionato e godibile e, a patto che non si sia troppo devoti a Maupassant, è piacevole lasciarsi coinvolgere dai sontuosi set decorati da Ana Lynch Robinson (In Bruges, An Education) e dalla bella colonna sonora firmata da Rachel Portman (Non lasciarmi, Le regole della casa del sidro).

A presto!

domenica 22 aprile 2012

L'Amour Fou


(Un mio articolo di esattamente un anno fa)

Presentato al cinema Odeon di Firenze, in collaborazione con Festival dei Popoli, Bim distribuzione e  la casa d’aste Christie’s, il documentario di Pierre Thoretton L’Amorur Fou che ripercorre la storia del grande amore tra il celebre stilista Yves Saint Laurent, scomparso nel giugno 2008 e l’industriale Pierre Bergé durato 50 anni.
La proiezione è stata introdotta da Stefania Ippoliti: «Questo film racconta la storia di un grande amore e di un incredibile talento, una storia piena di buon gusto e di amore per il bello e per le persone.»



«Sono contento che il film venga proiettato alla presenta di un pubblico così numeroso» ha proseguito Giorgio Bonsanti, presidente del Festival dei Popoli, rivolgendosi alla platea dell’Odeon al completo «ciò dimostra la varietà del pubblico che è affezionato al Festival dei Popoli che è tanto curioso di vedere un documentario sull’Amazzonia, come lo è di conoscere la vita e le passioni di una icona del mondo della moda come Yves Saint Laurent. Personalmente ciò che più mi ha colpito di questo film è stata la figura di Pierre Bergé, un personalità di grande interesse.»
Alessandra Mammi storica dell’arte e corrispondente per L’Espresso ha introdotto l’intervento di Maria Luisa Frisa, critica di moda: «È una straordinaria opportunità per voi che siete qui stasera poter vedere questo film, già presentato e accolto con entusiasmo  ai festival di Toronto e Roma, proiettato sul grande schermo. È un incredibile racconto dell’armonia fra le arti nel Novecento.»
«Yves Saint Laurent è stato un innovatore ed è, insieme a Coco Chanel e a Giorgio Armani uno dei grandi rivoluzionari della storia della moda. Braccio destro di Christian Dior, a soli 20 anni ottenne un grande successo con la sua prima sfilata. Era un creativo, ma al contempo, come spesso accade, una persona estremamente fragile. È lui che ha ideato il nude look e che ha vestito le donne con alcuni capi d’abbigliamento considerati prettamente maschili. È il designer che ha creato gli abiti per la vera donna moderna e intuendo che l’haute coture non era alla portata di chiunque ha fondato l’Yves Saint Laurent Rive Gauce. Ha sposato l’arte contemporanea con la moda realizzando le collezioni ispirate a Mondrian, alla Pop Art e a Picasso.





Nel 2002 ha dichiarato di essere stato per lungo tempo schiavo di droghe e alcool a causa della sua incapacità di essere felice a lungo, poiché schiacciato dal peso di dover essere creativo.



Questo splendido film è anche la preziosa opportunità di conoscere Pierre Bergé, colui che gli è stato accanto per tutta la vita, e di capire nel profondo il meccanismo di questa grande storia d’amore.»




L’Amour Fou è un raffinato viaggio nel mondo e nella vita di uno dei più grandi artisti del Novecento, oltre che la struggente storia del grande amore fra due uomini. Muovendosi su due binari: quello sentimentale dei ricordi, dei successi e degli eccessi raccontati dalla stessa voce di Pierre Bergé nella lunga intervista che si snoda per tutta la narrazione, e quello artistico con la storia della straordinaria collezione di oggetti d’arte Saint Laurant- Bergé che è stata venduta all’asta nel 2009 con un ricavato che è stato in parte devoluto alla ricerca per l’AIDS nella quale l’industriale francese è impegnato da molto tempo.



Dell’uomo Yves emerge il genio e la fragilità propri dell’enfant prodige che esordisce a soli 20 anni imponendosi come un vero e proprio fulmine a ciel sereno nel panorama della moda. 



Affetto da una timidezza patologica e sovrastato dall’enorme responsabilità di dover essere creativo non ha mai smesso di amare le donne e di mettere il suo incredibile talento al loro servizio per renderle sempre più consapevoli e sicure di se stesse. 



Sono corpi delle mannequin, che Saint Laurant definisce le sue eroine, e fra i quali spiccano due differenti modelli di femminilità e icone del nostro come Carla Bruni e Letitia Castà, che indossano le sue stupefacenti creazioni che dominano lo schermo nelle sequenze delle sfilate della maison dagli anni 60 a oggi




La maestosa bellezza delle dimore di Parigi, di Marrakech e dello chateau in Normandia nelle quali si ammira tutto ciò di cui queste due persone si sono circondate nella loro vita (le opere di Picasso, Matisse, Mondrian Andy Warhol) si svelano solo per brevi attimi per poi mostrarci il lo smantellamento in vista dell’asta da Christie’s mentre Pierre Bergé continua a raccontare la sua storia con Yves mostrato nelle foto e nei filmati dalla freschezza e dall’innocenza della gioventù al decadimento dopo gli abusi di droga, nel suo costante sforzo di essere nel contempo all’altezza del suo genio perseguendo l’obbiettivo di incontrare veramente se stesso. 






Emblematica la sequenza alla metà del film, immediatamente dopo il racconto fatto da Bergé degli anni più difficili dominati dagli eccessi più sfrenati, dello spot del profumo Opium realizzato nel 1985 che aveva come protagonista Linda Evangelista alla disperata ricerca di una nuova boccetta di fragranza in un quartiere orientale come una tossicomane in preda ad una crisi di astinenza che paga poi con una mazzetta di banconote ad una specie di pusher.



Un documentario di grande forza che non si pone in nessun modo come prodotto ad esclusivo consumo degli appassionati ma che piuttosto si affianca ad altri recenti esperimenti (The september Issue e Valentino The Last Emperor) come punto di partenza per indagare l’arte in una delle forme nel quale sempre meglio si esprime nel nostro secolo: la moda.

martedì 3 aprile 2012

L'arbre

Premessa: questo è un articolo che ho scritto davvero molto tempo fa per esercizio. Avevo visto questo splendido film e avevo sentito l'esigenza di scriverne. Lo stile quindi è acerbo e di quando in quando accorato, ma lo pubblico volentieri senza nessuna correzione su questo spazio che, al momento della stesura, non era ancora nato.



L'ARBRE di Julie Bertuccelli:
Dawn: Secondo te noi siamo una famiglia felice?
Tim: Le famiglie felici sono noiose.



Nel film di Richard Attenborogh del 1994 Viaggio in Inghilterra, Antony Hopkins nei panni dello scrittore C. S. Lewis diceva che noi leggiamo per sapere che non siamo soli; L'Arbre di Julie Bertuccelli ci insegna che non siamo soli.
Lo splendore dei sentimenti e della natura-

Un film sul dolore della perdita, sulla crescita e soprattutto uno struggente inno alla forza della vita e all'amore il bellissimo L'Arbre, seconda opera della regista italo-francese Julie Bertuccelli presentato nel corso di France Odeon 2010. In questa pellicola passata con successo fuori concorso al Festival di Cannes, la regista, già assistente alla regia di Otar Iosseliani, Krystof Kieslowski, Bertrand Tavernier ha messo in scena il romanzo di Judy Pascoe Our Father who art in the tree (Padre Nostro che sei nell'albero, Una favola vera, edito da Bompiani).



Una coppia vive in Australia con i figli, 3 maschi e una bambina, in una casa immersa in una natura lussureggiante. Il padre un giorno muore per un attacco cardiaco mentre riportava la figlia a casa e si va a schiantare proprio addosso allo splendido e gigantesco albero cresciuto praticamente a ridosso della casa. Da qui in avanti ognuno dei componenti del nucleo familiare cercherà di andare avanti trovando nuova motivazione nella perdita e talvolta stando insieme talvolta attraversando da soli questo percorso di rinascita, svilupperanno nuove sensibilità e nuove risorse imparando a conoscersi l'uno con l'altro sempre di più.
 Il film è davvero molto bello, e, come si dice in questi casi delicato. Produzione francese ambientata completamente in Australia prende le mosse da un progetto ambizioso ma da nessuno mai realizzato per problemi di diritti d'autore ovvero quello di girare un film tratto dal romanzo di Italo Calvino Il Barone Rampante. La storia scritta da Judy Pascoe offre comunque uno spunto interessante dal quale la regista è riuscita ad estrarre riflessioni di grande importanza e gravità. Il lutto è indagato nell'animo di chi è rimasto e deve continuare ad andare avanti, i rapporti familiari sono scandagliati senza retorica e da punti di vista del tutto inusuali, come quello della madre, interpretata dalla straordinaria Charlotte Gainsbourg, che comprende e forse rivive, osservando la figlia Simone e la sublimazione del suo dolore, l'amore totale di una bambina di 8 anni verso il padre, o del figlio adolescente che sviluppa una imprevedibile maturità ritrovatosi suo malgrado a ricoprire il ruolo del maschio adulto di casa.
Il paesaggio Australiano è egregiamente fotografato e inserito nel racconto, diviene parte di esso e della vita dei protagonisti, come l'albero  che diventa a tutti gli effetti personaggio e la natura  esuberante che entra di forza nella casa dei protagonisti e della quale essi non possono e non vogliono liberarsi



Un film che ci insegna qualcosa su di noi e sulla nostra reazione ai traumi che non è mai scontata e spesso ci sorprende. Rinascita, crescita e cambiamento che la luce abbagliante e gli sconfinati spazi dell'Australia fanno sembrare possibili; un futuro diverso nel quale, secondo la filosofia della piccola Simone, si può scegliere se essere tristi o felici. Una storia che ci offre uno spaccato lucido sulla vita interiore dei bambini, sulla loro vitalità e sulla loro ingenua scaltrezza nell'approccio alla vita e al dolore.